giovedì 28 aprile 2016

Il Cassetto dei ricordi smarriti - Scheda

Il cassetto dei ricordi smarriti
Trama

Il novantacinquenne Giovanni Maria Valsecchi di Roccatorre, sentendosi ormai alla fine dei propri giorni, decide che è giunto il momento di portare alla luce una storia accaduta più di settant'anni prima e che l'ha fatto vivere per tutto questo tempo con il tormento di aver mai concluso il primo e unico caso della sua carriera. Un giovane giornalista, chiamato dal nipote per assecondare le volontà del nonno, ascolta dapprima con disinteresse la storia, però man mano che il racconto prende corpo è assalito da una curiosità che si trasforma in interesse e che sfocia nella voglia di conoscere il finale. La memoria di Valsecchi ritorna agli anni della guerra, in quei cupi giorni dell'estate del '43, quando, a capo di una squadra investigativa della Regia Questura di Torino, era responsabile dell'indagine su un omicidio di un'affascinante donna, Elena Audisio, moglie di un ufficiale fascista morto in guerra, trovata strangolata nella sua casa. Il vice commissario, con i due marescialli della squadra, Frigerio, un piemontese ligio al dovere e Puleo, un siciliano accomodante, inizia una difficile indagine che, per via delle vicissitudini legate alla guerra, non si conclusero mai. Ma settant'anni dopo il giornalista, che si era appassionato alla storia, scopre la verità che lascerà meravigliato lo stesso Valsecchi appena prima dell'ultimo respiro.


CAP. I
Un uomo si ferma davanti al civico 4 di via della Consolata, un palazzo in tardo barocco piemontese, uno sguardo sul biglietto spiegazzato per accertarsi che quello è l’indirizzo giusto.
Sul bel portone di legno intarsiato, più volte ridipinto per via dei graffitari di strada, una targhetta dorata e lucida ne indica il proprietario. Un veloce tocco sul pulsante, quasi a non volere disturbare e subito dopo arriva il clack della porta aperta.
Un rumore di ferraglia attira la sua attenzione. È un tram che stride sui binari fermandosi a qualche decina di metri dal portone, gente che scende, altra che sale, tutti di fretta con lo sguardo fisso sul cellulare per non perdersi l’ultimo Whatsapp appena arrivato. L'uomo entra richiudendo il pesante portone dietro di sé, attraversa un cortile in penombra, dove la luce riesce con fatica a penetrare dai vetri sporcati dal tempo. Il palazzo non ha ascensore, particolare comune in molti stabili di inizio Novecento, quindi via di gambe per quattro piani, dove gli scalini sono alti il doppio di quelli moderni.
Il fiatone incomincia a farsi sentire, appena arriva sul pianerottolo una porta si apre all’improvviso. Dietro spunta una testa dai lunghi capelli arruffati.
«È lei Paolo Pezzi, il giornalista?»
«Sì! E lei deve essere Piero Valsecchi» chiede l’ospite con carenza di ossigeno.
Il padrone di casa che indossa un cardigan, un pantalone grigio topo e un paio di occhiali dorati, spalanca completamente la porta, saluta l’ospite con una stretta di mano e con un cenno del braccio lo invita a entrare.
La casa è arredata con mobili di pregio, un fascio di luce penetra da una finestra e colpisce un antico specchio nel corridoio, incorniciato con foglie dorate d’acanto. Lo sguardo dell’ospite s’insinua furtivamente in una stanza dove un lampadario scintillante scende da un alto soffitto ornato di stucchi.
I due entrano in una stanza adibita a studio, dove il buon gusto non manca; l’attenzione dell’ospite si focalizza su un mobile-scrittoio, stile Luigi XVI, con quattro cassetti per parte. Aleggia un odore di stantio, forse per troppo tempo le finestre di quella casa sono rimaste chiuse.
«Prego, si accomodi. Innanzitutto la ringrazio per aver accettato l’invito, forse le sto facendo perdere tempo, purtroppo la situazione… ecco, è un po’ difficile da spiegare»
«La persona di nostra comune conoscenza mi ha accennato qualcosa che riguarda suo nonno, una storia da raccontare. Sarò chiaro con lei, io non sono uno scrittore, ma un giornalista di cronaca, quindi non vorrei dare a suo nonno false aspettative. A proposito, come si chiama?»
«Giovanni Maria Valsecchi di Roccatorre. Non si preoccupi per le sfumature, intendo giornalista o scrittore, l’importante è la sua presenza» dice il nipote sorridendo, mentre chiama qualcuno. Dopo qualche secondo una signora, di sicuro la governante, appare trafelata.
«Cosa posso offrirle?» chiede il nipote.
«Un caffè…»
«Allora due caffè!»
La donna scompare velocemente.
«Per riprendere il discorso, ecco credo di non avere capito. Lei accennava prima alla mia presenza… che vuol dire?»
Il nipote studia per qualche secondo il giornalista, poi accavalla le gambe, intreccia le dita delle mani e fa roteare i pollici.
«Diciamo che è un po’ difficile da spiegare, cercherò di essere più chiaro. Ecco… il problema è che mio nonno vuole andarsene ma non può farlo, almeno questo è ciò che asserisce»
«Non ho capito…» risponde meravigliato il giornalista, irrigidendosi sulla sedia.
«Non mi fraintenda. Io voglio molto bene al nonno, ma lui insiste che è arrivato al capolinea della vita e non può andarsene perché c’è un’ultima cosa che deve fare prima che il buon Dio lo chiami a sé»
«Si spieghi meglio» chiede il giornalista sempre più incuriosito.
«Dal punto di vista fisico sta bene, almeno se si considera che due mesi fa ha compiuto novantacinque anni!». Il giornalista strabuzza gli occhi, poi sorride facendo i complimenti per la longevità del progenitore. «Però lui ha delle visioni che negli ultimi tempi sono aumentate. Dice di vedere la figura di una donna che lo chiama da lassù» dice alzando lo sguardo al cielo.
«Ma lui conosce questa donna?»
«In un certo senso sì, si chiama Elena…»
«Non capisco…»
«Ecco questa donna lancia dei messaggi a mio nonno, gli dice che lui non può lasciare questa vita perché deve concludere l’indagine»
«Scusi per la domanda, ma mentalmente suo nonno sta bene?»
«Benissimo e lo vedrà lei stesso»
«Mi permetta di domandarle cosa dicono i figli di suo nonno, ovvero suo padre e sua madre… cosa dicono?»
«Beh, la mia famiglia è stata sfortunata, mio padre se n’è andato cinque anni fa per un tumore e mia madre l’ha seguito qualche anno dopo, investita da un’auto mentre attraversava la strada, la nonna è morta quindici anni fa. Così sono rimasto da solo a occuparmi di lui, anche perché sono figlio unico. Certo, ho la mia famiglia, moglie e due figlie, ma sono rimasto l’ultimo Valsecchi maschio a portare questo nome»
«Mi dispiace. Posso immaginare che deve avere avuto tanta forza d’animo dopo che i suoi sono scomparsi»
«Ecco perché sono molto attaccato al nonno, è l’unico legame che mi è rimasto con il passato e per questo voglio che se ne vada lassù senza sofferenze, cosa che lui vorrebbe, ma ripete continuamente che prima di farlo deve concludere un lavoro iniziato settant’anni fa: mettere fine alla prima e unica indagine della sua vita»
«Mi parli di questa unica indagine» dice il giornalista accavallando le gambe.
«E’ un fatto accaduto settant’anni fa, una storia vera in cui è rimasto coinvolto durante la guerra, quando era in servizio alla Questura di Torino. È un caso di omicidio che non è riuscito a risolvere e per tutti questi anni ha convissuto con quei ricordi e con un grande peso sulla coscienza, ossia non aver dato delle risposte a chi aveva il diritto di conoscerle. Ma è meglio che parli direttamente con lui. Lo vedrà pieno di energia ma non lo affatichi molto, ha sempre novantacinque anni!»
Appare la governante portando un vassoio con le tazzine di caffè, ci tiene a far sapere al giornalista che è al servizio dei Valsecchi da ben vent’anni.
Il giornalista posa la tazzina ormai vuota sul vassoio che la governante, come un maggiordomo di corte, porta subito via, poi il nipote gli fa segno di seguirlo nella stanza adiacente.
Nella stanza da letto aleggia un leggero odore di umano che sa di vecchio, sul letto giace un signore che riposa tranquillamente con i capelli bianchi spettinati, la bocca semiaperta, gli occhi socchiusi e la pelle segnata dai profondi solchi dell’età.
Il nipote gli si avvicina e lo tocca dolcemente.
«Che c’è?» farfuglia lui aprendo di colpo gli occhi.
«Nonno, qui c’è la persona di cui avevamo parlato, quella per la tua storia»
Il vecchio gira la testa verso il giornalista. I suoi occhi azzurri sono lucidi, vispi, lo sguardo è penetrante.
«Aiutami a scendere, voglio stare comodo sulla poltrona. Gli ospiti non devono essere mai ricevuti a letto» dice con voce autoritaria verso il nipote.
Le insistenze di questi e della governante non servono a nulla, il vecchio pretende di andare in poltrona e così deve essere.
Il giornalista non può non notare una tenace vitalità unita a un carattere che sembra autoritario, ma nello stesso tempo ribelle, come chi è abituato a comandare e a trasgredire. Il vecchio di sicuro possiede uno spirito combattivo, di chi non si arrende mai nemmeno davanti alla vita.
Il giornalista fa un sorriso di circostanza, dentro di sé sa che la sua visita terminerà nel giro di qualche ora, detesta la parte che sta recitando, uno show per accontentare un vecchio e un favore ad un amico.
Immagina che Valsecchi gli racconterà una storia simile a quella di tante altre persone della sua età “Ai miei tempi” e via con i ricordi di gioventù. Pazienza per la mattinata persa, un favore è un favore!
Il vecchio aiutato dai due si è lasciato andare sulla poltrona, mentre il nipote sistema dei cuscini in modo da rendergli confortevole la posizione.
Valsecchi senior da giovane deve essere stato un bell’uomo, occhi azzurri e penetranti, fattezze del viso da aristocratico che seppur sbiadite e consumate dal tempo, emanano ancora un suo fascino. L’anziano con un gesto invita l’ospite a sedersi. Il giornalista lo ringrazia e si accomoda su una poltrona che la governante ha foderato di cuscini.
«Mi chiamo Paolo Pezzi e sono un giornalista di un quotidiano di Torino. Suo nipote mi ha accennato qualcosa, ma prima di iniziare le chiedo cosa la spinge a raccontarmi una storia di settant’anni fa che non interessa a nessuno ?»
Il vecchio si passa la lingua sulle labbra, la governante pronta gli porge un bicchiere d’acqua. Lui ne beve un paio di sorsi, il suo occhio attento esamina l’espressione del giornalista, le fattezze del volto, lo sguardo, il suo modo di parlare.
«Per favore, voglio stare solo con il nostro ospite» sentenzia il vecchio al nipote e alla badante.
Una volta che i due sono usciti dalla stanza il vecchio fa segno all’ospite di avvicinarsi,
«Voglio rendere giustizia a una persona che tanti anni fa si è immolata nell’illusione di poter aiutare questo paese e di cui nessuno conosce la storia, la cosa più grave è che l’opinione pubblica ne ignora il nome. La conobbi indirettamente tantissimi anni fa e ora, al termine della mia vita, mi attende lassù. Quando ci incontreremo vorrei tanto dirle che finalmente le ho reso giustizia, quella giustizia che non riuscii a renderle settant’anni fa. Ma soprattutto vorrei che tutti conoscessero la storia di quella donna e quello che accadde in quel lontano 1943»
«Suo nipote mi ha parlato di questa donna che le apparirebbe in sogno»
«Già… Elena mi ripete ogni notte che prima di raggiungerla, devo renderle giustizia, una giustizia postuma e compromessa dal trascorrere degli anni. Tutti dovrebbero conoscere la sua vita e il perché della sua morte, purtroppo il tempo e gli avvenimenti di quel periodo hanno cancellato la sua esistenza e la sua storia. Sfortunatamente allora non riuscii a scoprire il suo assassino, anche se ci andai molto vicino. Mi creda che è un cruccio che mi porto da settant’anni»
«Conosceva questa donna?»
«Uhm… come le ho detto indirettamente. Avrei voluto farlo da viva, purtroppo vidi solo il suo cadavere. Come vuol procedere? Ha già in mente come pubblicare la storia?»
«Se non ha nulla in contrario prima vorrei sentirla» risponde il giornalista, quasi a scusarsi.
Dentro di sé si sente un po’ vigliacco, perché il racconto del vecchio non vedrà mai la luce e non ci sarà mai nessuna storia pubblicata. Lui è lì solo per restituire un favore a un conoscente.
«Capisco…» sibila dubbioso il vecchio.
Il giornalista prende il notes, la penna, accavalla le gambe. È pronto. Il vecchio tossisce per schiarirsi la voce.
«La storia che voglio raccontarle si svolse tra il giugno del ’43 e i primi del maggio del ’45. Ero un giovane vice commissario della Pubblica Sicurezza presso la Regia Questura di Torino. Prima di allora prestavo servizio nella famosa Presidenziale, quella incaricata della scorta del Duce. Bei tempi quelli! S’immagini un ragazzo di venticinque anni, anche belloccio, che scortava il Duce. Quando lui si muoveva eravamo i suoi angeli custodi, sempre con discrezione, senza mai apparire, non come quei politici di adesso, sempre circondati da uomini con radio e diavolerie varie, perché sa di potenza. No… lui no! Ricordo ancora le folli corse sulla strada per Ostia con la sua Lancia Appia sportiva e noi sparati dietro, faticavamo per non perderlo di vista! Poi, dopo l’entrata in guerra, i suoi spostamenti furono sempre meno frequenti, si circondò di gerarchi, di militari, insomma il lavoro diminuì. Ci scommetto che si chiederà come mai un giovanotto di 25 anni era nella scorta di Mussolini?»
«Me lo dica lei…» risponde il giornalista con un sorriso accondiscendente.
«Grazie a mio padre Giulio, il conte Giulio Maria Valsecchi, un fascista della prima ora che spadroneggiava ad Ancona. Pensi che dava del tu persino al Duce. Ebbene, mio padre mi fece arruolare nella Pubblica Sicurezza, come si chiamava allora la polizia, e dopo il corso fui trasferito alla Presidenziale. Riconosco che ci mise una parolina, ma io non ne ho mai approfittato»
Il vecchio indica il bicchiere, il giornalista si alza e glielo porge.
«Un ultimo favore. Nello scrittoio nel salone, nel quarto cassetto a destra, ci sono dei documenti. Li prenda. Sono le carte che ho conservato durante tutti questi anni, le carte dei ricordi smarriti, come le chiamo io» dice sorridendo.
Paolo apre il cassetto dove è conservata una cartella in cartoncino grigio con la scritta “Regia Questura di Torino”. Dà una rapida occhiata all’interno, dei fogli gialli di carta velina battuti a macchina, timbri, protocolli e delle note a penna nera. Fogli di un tempo.
Il giornalista ritorna dal vecchio, che ha già inforcato gli occhiali e glieli porge.
«Quando vuole può continuare…» dice il giornalista.
«Quel maledetto maggio del ’40 entrammo in guerra. Nessuno voleva la guerra, il Duce lo fece solo per compiacere quel farabutto di Hitler, di cui era succube. Lo sapevamo tutti che non eravamo preparati, anche i gerarchi e i nostri generali, ma nessuno ebbe il coraggio di dirglielo, così mandammo al macello la nostra migliore gioventù. Anche per me incominciò ad andare tutto storto…»
«Perché?»

«Qualche anno prima, nel ’38, entrarono in vigore le leggi razziali, un altro sbaglio del regime. Agli ebrei era stato precluso tutto, molti dovettero fuggire, professori, scienziati e dipendenti pubblici, chi aveva i soldi emigrò all’estero, gli altri dovettero sparire, insomma quelli lì non dovevano più esistere. Cercammo di limitare l’applicazione della legge, ma la Polizia Politica braccava gli ebrei come un mastino. Noi della Presidenziale non ci occupavamo di queste cose, ma io non accettavo le discriminazioni, quelli erano italiani come noi, avevano combattuto nella Grande Guerra, erano morti per l’Italia e non era giusto perseguirli. Purtroppo confidai queste cose a qualche collega che credevo un amico e la cosa arrivò alle orecchie dell’OVRA, il servizio di informazioni del Duce. Un giorno il Capo della Presidenziale, un prefetto, mi convocò a rapporto e mi accusò di disfattismo per il mio comportamento. Per mia fortuna intervenne mio padre che riuscì a convincere il Duce a ritirare l’ordine di arresto, però pretese che fossi trasferito lontano da Roma. Mi mandarono a Torino, dove arrivai nel marzo del ’43. A quell’epoca le sorti della guerra erano disastrose, la propaganda del Ministero della Cultura Popolare ci martellava con eroiche resistenze, si parlava ancora di vittoria, ma erano menzogne. Stavamo per essere cacciati dall’Africa, le nostre divisioni erano scomparse in Russia, la Marina era per metà affondata e per metà bloccata nei porti, l’Aeronautica non esisteva più, la gente pativa la fame, mancava la corrente, scarseggiava l’acqua, insomma i segnali di una sconfitta erano evidenti. Così, in una calda giornata di inizio giugno, i colleghi della Politica mi accompagnarono, forse è meglio dire mi scortarono, alla stazione Termini e si assicurarono che salissi sul treno. Fu un viaggio lungo e a tratti pericoloso»

Clicca qui per leggere i primi tre capitoli.

Scheda

Collana Narrativa
- Versione cartacea pagine: 314:
- Versione ebook:
Prezzo:
- Versione ebook: 3,99 euro
- Versione cartacea: da 15 a 18 euro (a secondo gli sconti applicati dal bookstore)
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